Russia–USA: gli imperi dialogano, l’Europa resta a guardare


30 aprile 2026 – ore 16:00 – Premessa e un primo apprezzamento valutativo
Un antico proverbio africano recita sapientemente: nella foresta, quando i rami litigano, le radici si abbracciano. Questa espressione mi sembra perfettamente aderente al clima che stiamo osservando da lontano. Gli imperi, seppure schierati su posizioni opposte, si osservano e, come due famelici predatori della savana, percepiscono la necessità contingente di rispettarsi piuttosto che scontrarsi inutilmente in una lotta che probabilmente li vedrebbe soccombere entrambi. Stiamo parlando, ovviamente, di Washington e Mosca che continuano a parlare — la dodicesima volta dall’insediamento di Trump, secondo le agenzie di stampa russe — cercando compromessi accettabili sia sul fronte iraniano che su quello ucraino.

E l’Europa, timidamente qualcuno osa chiedere?
Il nulla cosmico, direi: rincorre gli eventi, si divide, litiga, si lancia in discorsi infiniti e totalmente sterili, subisce in silenzio le conseguenze di una guerra in Iran non voluta, continuando a sostenere finanziariamente e in armamenti il regime di Kiev, conflitto anch’esso subito, invitandoci a riarmarci!

È proprio attuale il famoso detto di Tito Livio: Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur.

In tale cornice, quando ascolto gli strali che provengono da più parti, incitando i governi di tutta Europa a staccarsi dal pesante giogo americano, umilmente invito a riflettere.

Ricordiamoci che non solo da molto tempo dipendiamo dagli USA in diversi settori strategici, ma anche che gli statunitensi, seppure con tutte le contraddizioni e le debolezze strutturali che ne caratterizzano l’attuale oggettivo declino e malgrado abbiano commesso gravi e ripetuti errori strategici negli ultimi trent’anni, sono e saranno la principale superpotenza ancora per molti, molti anni.

Certamente l’arroganza e il narcisismo esasperato che caratterizzano da anni il comportamento americano nei confronti dell’Europa, comprensiva anche della Gran Bretagna — non solo da parte di Trump, ricordiamolo — spesso umiliandoci, ci dovrebbero far reagire, quantomeno invitandoci a unirci in un progetto di un’Europa geograficamente e politicamente diversa. Invece, assistiamo inermi al prevalere delle divisioni all’interno delle cancellerie europee, spesso sostenute da antiche rivalità storiche e culturali, visioni geopolitiche antitetiche, nonché da antichi sogni imperiali mai sopiti di alcuni.

Il lungo colloquio telefonico tra Trump e Putin
Le versioni dell’esito del lungo colloquio telefonico del 29 aprile tra i leader di Russia e Stati Uniti, che di seguito vi propongo, seppure con toni diversi, sono apparse sostanzialmente coincidenti.

Sia le reti televisive sia gli organismi ufficiali, sia americani sia russi, hanno sostanzialmente evidenziato che il colloquio, richiesto questa volta da Mosca, ha trattato principalmente i conflitti in Ucraina e in Iran, in un clima definito cordiale, franco e professionale.

Siamo a una svolta?
Forse, perché entrambi gli imperi hanno fretta di chiudere questi capitoli.

Certamente, per gli statunitensi, il conflitto in Ucraina potrebbe aver già raggiunto gli obiettivi strategici che, fin dal 2008, secondo diversi analisti americani, si erano prefissati: indebolimento dell’Europa, con particolare riferimento alla Germania; il deciso rallentamento della penetrazione economico-finanziaria ed energetica russa nel continente europeo; nonché la creazione di una frattura politico-diplomatica grave tra le principali cancellerie europee e il Cremlino.

Per Mosca, invece, la non entrata dell’Ucraina nella NATO e il dominio dei territori russofoni in Ucraina potrebbero rappresentare un successo militare parziale e, in chiave interna, il mantenimento di un elevato consenso popolare intorno alla figura dell’“amato” zar di San Pietroburgo.

Per l’Iran si cerca una mediazione accettabile per tutti, che possa consentire la riapertura dello stretto di Hormuz, situazione delicata che sta:

  • strangolando non solo Teheran, ma anche l’intera Europa;
  • determinando enormi difficoltà sia alla Cina sia all’India;
  • erodendo la stessa credibilità politica americana;
  • rischiando seriamente di ridisegnare l’intero castello di alleanze nel martoriato Medio Oriente.

Paradossalmente, la più volte citata riproposizione della dottrina Monroe — controllo totale del “giardino di casa” — anche nella versione di Trump 2.0 (vedasi Venezuela e, prossimamente, Cuba), trova i due imperi perfettamente allineati e sicuramente favorevoli a una piena e reciproca comprensione.

Badate bene: il tutto è anche facilmente accettabile politicamente da parte del dragone cinese che, mentre gli altri discutono, osserva e pianifica da tempo un’annessione indolore di Taiwan, senza dimenticarci della tigre indiana che, in silenzio, si mimetizza nella giungla, pronta in ogni momento a colpire.

E l’Ucraina? Il fascicolo sarà alla fine ripiegato con cura in apposite cartelle bordate d’oro e abilmente riposto sulla sommità di faldoni oramai impolverati, in uno dei tanti armadi dimenticati dalla Storia.

Certamente, la tematica della ricostruzione, tutta a carico dell’Europa, riempirà per mesi le pagine dei giornali europei, ma non durerà a lungo e, verosimilmente, sparirà lentamente dall’attenzione mediatica.

Tutto comprensibile, per carità, ma mi chiedo — e vi chiedo —: dobbiamo rassegnarci a guardare da spettatori paganti gli eventi o possiamo agire?

Politico: mercoledì, durante una telefonata, Trump e Putin hanno discusso delle rispettive guerre.

Il presidente Donald Trump si è mostrato fiducioso che una soluzione alla guerra tra Russia e Ucraina arriverà “relativamente in fretta” dopo una telefonata con il presidente Vladimir Putin mercoledì, durante la quale i due leader hanno discusso dei rispettivi conflitti dei loro paesi con Kiev e Teheran.

“Penso che gli piacerebbe vedere una soluzione”, ha detto Trump ai giornalisti durante una conferenza stampa nello Studio Ovale. “Ve lo posso assicurare. Ed è una cosa positiva.”

Entrambi gli uomini si trovano ad affrontare difficoltà nelle rispettive guerre dei loro paesi. Le truppe russe sono impantanate nella regione del Donbass, nell’Ucraina orientale, con i droni ucraini che bombardano infrastrutture energetiche chiave. Alla luce dei combattimenti, Putin ha ridimensionato la famosa parata annuale del Giorno della Vittoria, prevista per il 9 maggio. Gli imponenti carri armati che ogni anno sfilano nella Piazza Rossa di Mosca non prenderanno parte ai festeggiamenti quest’anno. Trump, nel frattempo, ha faticato ad articolare la sua visione per la guerra con l’Iran, mentre l’aumento dei prezzi della benzina minaccia di minare il messaggio dei repubblicani sull’accessibilità economica in vista delle prossime elezioni di medio termine.

Durante la telefonata, Putin ha informato Trump dei piani per una tregua temporanea in occasione della celebrazione, secondo quanto riportato dall’agenzia TASS, un’agenzia di stampa statale russa. Trump ha anticipato la notizia della pausa nei combattimenti durante la sua conferenza stampa.

“Ho suggerito una sorta di cessate il fuoco e penso che potrebbe accettarla”, ha detto Trump ai giornalisti. “Potrebbe annunciare qualcosa al riguardo”.

Trump ha anche affermato che Putin ha espresso il desiderio di svolgere un ruolo attivo in Iran, richiesta che lui ha prontamente respinto.

“Mi ha detto che gli piacerebbe essere…


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 Stefano Silvio Dragani

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